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12/02/2009: REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

La crisi nella provincia orientale, secondo il 'New York Times'

Misna

Passato abbastanza in silenzio, un articolo di alcuni giorni fa di Jeffrey Gettleman e Eric Schmitt pubblicato sul ‘New York Times’ collega le ultime vicende della Provincia orientale con uno degli ultimi atti dell’amministrazione di George Bush. Dallo scorso settembre la Provincia orientale è teatro di violenze quotidiane attribuite ai ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra): secondo le più recenti stime dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) le vittime accertate sono circa 900 e almeno 130.000 gli sfollati, una parte dei quali ha trovato rifugio nel vicino Sud Sudan. Le incursioni sono aumentate di intensità e si sono rivelate ancor più cruente subito dopo un’operazione militare congiunta contro le basi ribelli organizzata a dicembre da Uganda, Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan. Proprio a questa operazione, scrivono i due cronisti del quotidiano americano da Dungu (uno dei principali centri della Provincia orientale), avrebbe dato un contributo sostanziale l’esercito americano fornendo 17 consulenti e analisti militari, strumenti di comunicazione, immagini satellitari e un quantitativo di carburante del valore di un milione di dollari. Citando anonime fonti militari statunitensi, ben consapevoli del fallimento del piano che prevedeva la neutralizzazione del gruppo ribelle, nel loro articolo i due giornalisti danno un resoconto con inediti retroscena: “A novembre, il governo ugandese - scrivono - chiese aiuto all’ambasciata americana a Kampala e la richiesta arrivò a Bush che la autorizzò personalmente. I consulenti americani e gli ufficiali ugandesi usarono immagini satellitari e rapporti dei servizi segreti ugandesi per individuare le basi di Joseph Kony (il capo dei ribelli, Lra) e dei suoi combattenti”. Il piano, continuano, prevedeva il bombardamento del campo base di Kony e quindi l’intervento di una forza di 6000 uomini ugandesi e congolesi contro circa 700 ribelli: “Tuttavia, fonti ugandesi sostengono che una fitta nebbia ritardò le operazioni di diverse ore causando la perdita dell’effetto sorpresa; al momento dei bombardamenti i campi ribelli erano vuoti e le truppe ugandesi di terra impiegarono diversi giorni prima di arrivarci”. A prescindere dalla validità della ricostruzione, diversi dati di fatto confermano che i ribelli sono riusciti a sfuggire ai bombardamenti e da allora (metà dicembre), divisisi in piccoli gruppi dispersi nelle foreste di una tra le regioni più remote d’Africa, si sono resi protagonisti di una serie di incursioni cruente che hanno causato morti e distruzione. L’impossibilità di raggiungere tutte le località da parte delle organizzazioni internazionali ha reso inoltre ancor più grave la situazione umanitaria della popolazione: una missione organizzata dall’Onu nei giorni scorsi ha solo potuto appurare i bisogni di 18.000 sfollati che si trovano adesso a Doruma; sotto controllo sembra la situazione a Dungu, dove si concentra una buona parte degli sfollati, e quella in Sud Sudan dove altre migliaia di persone si sono dirette. I problemi riguardano chi – e non si sa quanti siano di preciso, ma si tratta di molte migliaia – si trova nella foresta e in altre zone della regione non ancora raggiunte dagli aiuti sia per la mancanza di strade sia per le critiche condizioni di sicurezza.



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